blood sugar sex magik – vent’anni dopo


questa data me l’ero segnata sul calendario perché a memoria non la ricordavo, ero troppo piccolo.
il 23/24 settembre del 1991 avevo quasi undici anni e, verosimilmente, avevo appena iniziato la prima media (però di questo non sono certo).
a mia totale insaputa i red hot chili peppers pubblicavano il loro disco migliore dal titolo estremamente kiedisiano* blood sugar sex magik.
avrei scoperto questo disco solamente alcuni anni dopo (credo in prima o seconda superiore, ma poteva essere anche in terza) grazie all’insistenza del mio migliore amico, ora buttatosi in politica e sindaco giovanissimo di area destrorsa. eravamo in gita e lui insisteva per farmi mettere nel walkman (ebbene sì, il mangiacassette della sony) il nastro che qualcuno gli aveva registrato. sfiancato dalla sua insistenza tirai fuori la cassetta dei queen a wembley ’86 e misi in play quella roba a me sconosciuta.
sono passati troppi anni e soprattutto la mia memoria è troppo pigra per ricordarmi cosa ho provato nell’ascoltare quel disco per la prima volta. l’unica cosa che ricordo è che mi tenni il nastro e lo duplicai al volo appena arrivato a casa.

bloodsugar non è un disco come gli altri del ’91. non è nevermind dei nirvana che agli occhi di tutti, ora, ha fatto la storia della musica. non è il black album dei metallica che ha portato il metal e quei suonacci secchi alla ribalta. non è out of time dei rem e non è innuendo dei queen.
bloodsugar ha un’anima unica, ha il sangue che sgorga tra una traccia e l’altra, tra ogni strofa e ogni ritornello.

chi conosce i red hot sa che c’è un documentario filmato chiamato funky monks che ha fermato su pellicola tutta la lavorazione del disco nella villa sulle colline di los angeles. ecco, quel video fa capire molto del clima che si viveva tra quelle quattro mura e dell’alchimia che si stava creando.

non ha senso descrivere brano per brano la tracklist, però ci sono tre passaggi che secondo me rappresentano in pieno quello che io provo quando ascolto quel disco.

l’outro di funky monks: il funky come dovrebbe essere.
il bridge di breaking the girl: percussioni non convenzionali, bidoni, pali di ferro, muscoli.
il solo di mellowship slinky: forse il miglior assolo mai scritto da frusciante, veramente.

fondamentalmente blood sugar è l’insieme fortunosa di quattro fattori: john frusciante ventenne al culmine del suo periodo funky, la sintonia irripetibile tra john e flea, una registrazione di batteria inimitabile e una fase altalenante del rapporto tra anthony e la droga.
mischiare gli ingredienti, far accendere il frullatore da rick rubin e il gioco è fatto.

questo disco mi ha cambiato la vita, ed è stato l’unico che ci è riuscito. non mi pentirò mai della traccia fisica che ha lasciato sul mio corpo (*²) e difficilmente smetterà di essere il mio termine di riferimento in campo musicale in futuro. se sono diventato un discreto bassista (*³) lo devo a blood sugar: ho imparato ogni passaggio a furia di consumarmi i polpastrelli col disco nelle orecchie. l’ho masterizzato non so più quante volte, che a tenere il cd in macchina si rovina presto e poi ho ancora una copia originale intonsa, mai messa nel lettore. ho rotto le palle a tutti. ho iniziato a fare la gigantografia a mano della copertina da attaccare in sala ma non l’ho ancora finita. mi son comprato lo stingray perché lo usava flea in quel tour (e poi perché il wal costava troppo). ho invidiato fino alla morte quel ragazzino che a soli vent’anni era riuscito a creare tutto questo. e da quel disco non ho più finito di adorare il genio di john, nonostante tutto.

e poi quel finale,

and it’s nice out here
I think I’ll stay for a while

che loro lo sapevano che stavano pubblicando un capolavoro…

(*) neologismo insesistente
(*²) vedi retro del disco
(*³) fonte: classifica dei migliori cento bassisti caucasici stilata da famiglia cristiana

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