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profumo di scuola


ho copiato questa lettera dalla pagine delle lettere de l'Adige di qualche giorno fa.
il prof che ha scritto è stato mio prof di italiano e storia per il biennio del liceo, quando ancora si chiamava Da Vinci.
io sulla questione la penso esattamente come lui, ma lui ha scritto molto meglio di come avrei potuto scrivere io.

Le 24 ore a scuola
Sono un prof, non un impiegato

La polemica sull'aumento dell'orario di lavoro settimanale degli insegnanti nasce da una scelta storica che oggi è necessario cambiare. Il contratto di lavoro della scuola risale, nella sua impostazione generale, a molti decenni fa. Nel dopoguerra la docenza era considerata libera professione e la Costituzione stessa se ne faceva (se ne fa) garante. Gli insegnanti erano stati inquadrati contrattualmente come liberi professionisti. Di qui la scelta di indicare, a loro riguardo, solo il numero di ore di lezione frontale, lasciando nell'indeterminato tutto ciò che serviva per giungere al prodotto finito, cioè alla lezione. D'altra parte è logico: si quantifica forse il tempo che un avvocato dedica ad una causa prima dell'udienza in tribunale? O le prove che precedono l'ingresso di un attore sul palcoscenico? Lo stesso valeva per i docenti: non sarebbe stato dignitoso. Col passare degli anni alcuni obblighi professionali esterni alle ore di docenza sono stati quantificati, ad esempio la partecipazione alle attività degli organismi collegiali. Tuttavia queste prestazioni sono rimaste nascoste nelle pieghe del contratto, invisibili ai non addetti ai lavori, col risultato che l'immagine «pubblica» era sempre la stessa: 18 ore settimanali (22 per la scuola primaria). Ma il grosso del lavoro invisibile non è mai stato portato alla luce: la preparazione delle lezioni, la correzione degli elaborati e i contatti con le famiglie non sono mai stati quantificati nel contratto. Atti dovuti non quantificabili, si diceva. E così è ancora oggi. Ora però la situazione è cambiata: la professione docente ha subito un declassamento, che ha determinato una percezione sociale di tipo impiegatizio. Si può discutere se questo sia giusto o meno; può piacere o non piacere, ma il problema è un altro. La vera questione è che gli strumenti contrattuali devono essere riformati per tener conto di questo nuovo status. Infatti il lavoro di un impiegato non procede per atti dovuti: a un impiegato si devono dare disposizioni precise e il suo tempo-lavoro è ben conteggiato. È molto semplice: prima di ragionare su un eventuale incremento di ore frontali, si deve, una volta per tutte, tenere conto delle prestazioni lavorative che il contratto non si è mai preoccupato di quantificare. Se dobbiamo essere impiegati, facciamo in modo di esserlo fino in fondo. E qui gli insegnanti sono pronti a raccogliere la sfida, e anzi la rilanciano: quantificare, quantificare, quantificare. Si stabilisca quanto tempo ci vuole per correggere un elaborato, e lo si moltiplichi per il numero delle classi e per quello degli studenti. Si stabilisca quanto tempo serve per un colloquio con i genitori e lo si moltiplichi eccetera. Si decida quanto tempo serve per la preparazione di una lezione e di un elaborato. E l'aggiornamento, peraltro obbligatorio, non sia più un atto dovuto ma conteggiato. Consigli di classe, collegi docenti, attività di dipartimento, attività di programmazione: non devono più risultare invisibili rispetto all'unico dato che sembra contare, cioè il numero settimanale di ore di lezione. È lavoro o no? Perché non deve risultare? E tutte le attività connesse al sempre più frequente inserimento di alunni con bisogni educativi speciali (grande conquista di civiltà, ma nessuno sa cosa c'è dietro…)? E le cosiddette «ore buche» nell'orario di lezione: perché non devono essere considerate lavoro, dato che si sta comunque in istituto ed è la scuola che non ha saputo dare all'orario individuale la giusta continuità? E si potrebbe continuare… Si faccia, dunque, in modo da rendere semplicemente visibile, all'interno del contratto, il lavoro che facciamo: siamo o no degli impiegati? Trattiamo su questo, prima di tutto, con equilibrio e responsabilità, ben sapendo che spesso si renderà necessario stabilire dei forfait, data l'impossibilità di mettere a contratto l'infinita casistica delle situazione e delle discipline scolastiche. Il risultato sarà in ogni caso sorprendente: si scoprirà, nero su bianco, che le ore effettivamente fatte dagli insegnanti ogni settimana non solo superano già di gran lunga le 24 ma anche, in molti casi, le 40. E, a quel punto, con che coraggio si verrà a chiedere un ulteriore aumento di lavoro, a parità di stipendio? E soprattutto: com'è possibile che questa richiesta unilaterale di incremento orario da 18 a 24 ore a parità di stipendio, provenga non da ambienti esterni alla scuola, ma dallo stesso ministro Profumo? Cioè da colui che, meglio di chiunque altro, dovrebbe conoscere a fondo la realtà del mondo della scuola? Un'ultima cosa: io, nonostante tutto, non mi sento un impiegato.

Paolo Piccoli
Docente presso l'Istituto di istruzione Guetti di Tione

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