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i may again know john

sto guardando un’intervista a john frusciante che risale al 2008.
ci sono tante sensazioni che mi nascono ascoltando john mentre parla. non è facile seguire il flusso dei suoi pensieri, soprattutto perché l’enorme quantità di pensieri nella sua testa si scontra costantemente con la lentezza della parola pronunciata e con un lessico non sufficientemente sublime per cogliere le idee che lui vorrebbe rappresentare.

chi non ha conosciuto frusciante negli anni d’oro o chi non l’ha mai conosciuto del tutto si troverebbe spaesato davanti a questo personaggio con una t-shirt a righe fermo per 45 minuti davanti a una telecamera. la noia sarebbe il primo sentimento. la noia e la legittima domanda se si sia di fronte ad una persona psicologicamente instabile.
chi di frusciante invece si è fatto un’idea più completa, soprattutto attraverso l’ascolto dei suoi lavori da solista, potrebbe sopportare, pur a fatica, l’ascolto dei suoi balbettii e dei suoi racconti.
ma solo pochi possono realmente capire le sue parole. non sto parlando di condividerle, ma di capirle. frusciante, pur nei suoi altalenanti stati d’animo e nei suoi ciclici mutamenti di condotta, ha innegabilmente portato avanti un’evoluzione, una crescita artistica e personale. lui ha sviluppato una teoria (molto affascinante per alcuni, molto oscura per altri) sulla nascita della musica e sul delicato rapporto tra creatività e realtà. si tratta di una teoria strampalata, zoppicante, incasinata e difficilmente schematizzabile, però l’amore che lui ci mette nel raccontarla e il fatto che essa sia profondamente radicata nel suo pensiero sono cose meravigliose, ai miei occhi.

la visione è sconsigliata ai neofiti.
i sottotitoli possono aiutare, ma fino a un certo punto.

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opera e windows 8

sì, forse sto per abbandonare opera.
però prima ci voglio pensare bene.
intanto inizio a elencare le cose che mi stanno facendo girare le palle.

sul nuovo pc ho windows8.
installo opera ed è sempre lo stesso opera. ie10 (orrore) su w8 è bello, veloce, fresco. opera sarà anche funzionale (lo uso solo per questo ormai) però non è più così veloce e sicuramente non è manco più bello.
allora scarico chrome. uso molti prodotti google e il fatto di fare tutto in famiglia sembra aiutare. grande difetto: quando ctrl+tabbo tra le schede non capisce tra quali 2 schede sto saltellando e mi fa il giro orario di tutte le tab aperte -> straziante. vabbé, delle gesture del mouse non parlo nemmeno. gli altri browser ci arriveranno tra un pezzo.

intanto pubblico, poi man mano che mi vengono in mente le cose aggiorno.

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profumo di scuola

ho copiato questa lettera dalla pagine delle lettere de l'Adige di qualche giorno fa.
il prof che ha scritto è stato mio prof di italiano e storia per il biennio del liceo, quando ancora si chiamava Da Vinci.
io sulla questione la penso esattamente come lui, ma lui ha scritto molto meglio di come avrei potuto scrivere io.

Le 24 ore a scuola
Sono un prof, non un impiegato

La polemica sull'aumento dell'orario di lavoro settimanale degli insegnanti nasce da una scelta storica che oggi è necessario cambiare. Il contratto di lavoro della scuola risale, nella sua impostazione generale, a molti decenni fa. Nel dopoguerra la docenza era considerata libera professione e la Costituzione stessa se ne faceva (se ne fa) garante. Gli insegnanti erano stati inquadrati contrattualmente come liberi professionisti. Di qui la scelta di indicare, a loro riguardo, solo il numero di ore di lezione frontale, lasciando nell'indeterminato tutto ciò che serviva per giungere al prodotto finito, cioè alla lezione. D'altra parte è logico: si quantifica forse il tempo che un avvocato dedica ad una causa prima dell'udienza in tribunale? O le prove che precedono l'ingresso di un attore sul palcoscenico? Lo stesso valeva per i docenti: non sarebbe stato dignitoso. Col passare degli anni alcuni obblighi professionali esterni alle ore di docenza sono stati quantificati, ad esempio la partecipazione alle attività degli organismi collegiali. Tuttavia queste prestazioni sono rimaste nascoste nelle pieghe del contratto, invisibili ai non addetti ai lavori, col risultato che l'immagine «pubblica» era sempre la stessa: 18 ore settimanali (22 per la scuola primaria). Ma il grosso del lavoro invisibile non è mai stato portato alla luce: la preparazione delle lezioni, la correzione degli elaborati e i contatti con le famiglie non sono mai stati quantificati nel contratto. Atti dovuti non quantificabili, si diceva. E così è ancora oggi. Ora però la situazione è cambiata: la professione docente ha subito un declassamento, che ha determinato una percezione sociale di tipo impiegatizio. Si può discutere se questo sia giusto o meno; può piacere o non piacere, ma il problema è un altro. La vera questione è che gli strumenti contrattuali devono essere riformati per tener conto di questo nuovo status. Infatti il lavoro di un impiegato non procede per atti dovuti: a un impiegato si devono dare disposizioni precise e il suo tempo-lavoro è ben conteggiato. È molto semplice: prima di ragionare su un eventuale incremento di ore frontali, si deve, una volta per tutte, tenere conto delle prestazioni lavorative che il contratto non si è mai preoccupato di quantificare. Se dobbiamo essere impiegati, facciamo in modo di esserlo fino in fondo. E qui gli insegnanti sono pronti a raccogliere la sfida, e anzi la rilanciano: quantificare, quantificare, quantificare. Si stabilisca quanto tempo ci vuole per correggere un elaborato, e lo si moltiplichi per il numero delle classi e per quello degli studenti. Si stabilisca quanto tempo serve per un colloquio con i genitori e lo si moltiplichi eccetera. Si decida quanto tempo serve per la preparazione di una lezione e di un elaborato. E l'aggiornamento, peraltro obbligatorio, non sia più un atto dovuto ma conteggiato. Consigli di classe, collegi docenti, attività di dipartimento, attività di programmazione: non devono più risultare invisibili rispetto all'unico dato che sembra contare, cioè il numero settimanale di ore di lezione. È lavoro o no? Perché non deve risultare? E tutte le attività connesse al sempre più frequente inserimento di alunni con bisogni educativi speciali (grande conquista di civiltà, ma nessuno sa cosa c'è dietro…)? E le cosiddette «ore buche» nell'orario di lezione: perché non devono essere considerate lavoro, dato che si sta comunque in istituto ed è la scuola che non ha saputo dare all'orario individuale la giusta continuità? E si potrebbe continuare… Si faccia, dunque, in modo da rendere semplicemente visibile, all'interno del contratto, il lavoro che facciamo: siamo o no degli impiegati? Trattiamo su questo, prima di tutto, con equilibrio e responsabilità, ben sapendo che spesso si renderà necessario stabilire dei forfait, data l'impossibilità di mettere a contratto l'infinita casistica delle situazione e delle discipline scolastiche. Il risultato sarà in ogni caso sorprendente: si scoprirà, nero su bianco, che le ore effettivamente fatte dagli insegnanti ogni settimana non solo superano già di gran lunga le 24 ma anche, in molti casi, le 40. E, a quel punto, con che coraggio si verrà a chiedere un ulteriore aumento di lavoro, a parità di stipendio? E soprattutto: com'è possibile che questa richiesta unilaterale di incremento orario da 18 a 24 ore a parità di stipendio, provenga non da ambienti esterni alla scuola, ma dallo stesso ministro Profumo? Cioè da colui che, meglio di chiunque altro, dovrebbe conoscere a fondo la realtà del mondo della scuola? Un'ultima cosa: io, nonostante tutto, non mi sento un impiegato.

Paolo Piccoli
Docente presso l'Istituto di istruzione Guetti di Tione

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alta tensione innocente

sul giornale c’era la notizia di una turista straniera che è finita con il parapendio sui cavi dell’alta tensione in val di fassa. da quello che si è capito ora è ricoverata all’ospedale.
c’era un unico commento alla notizia:

alta tensione assassina!!!

con tre punti esclamativi.
ho aperto la finestrella per aggiungere un commento ma poi mi sono bloccato perché non sapevo come metterla giù in forma breve.
la colpa non è mica dei cavi dell’alta tensione. mica li hanno tirati questa mattina.
è la stessa identica cosa di quando la gente si schianta in macchina e l’articolo parla di “incrocio assassino” o di “muretto killer” o ancora di “tragico cavalcavia”.
le cose, gli oggetti, gli incroci e i cavi dell’alta tensione non sono dotati di vita propria. loro stanno lì, fermi immobili e sempre uguali. non agiscono e non ammazzano nessuno.

le cose, gli oggetti, gli incroci e i cavi dell’alta tensione possono essere pericolosi.
la mia macchina, il mio parapendio, la mia motocicletta possono essere pericolosi.

alla fine sono la mia imprudenza o la mia imperizia (o quella di qualcun’altro) ad ammazzarmi.
la colpa è di qualcuno, raramente di qualcosa.

però dare la colpa alle cose, agli oggetti, agli incroci e ai cavi dell’alta tensione è più facile perché loro non controbattono mai, accettano le accuse e tacciono. poveretti.

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dell’ascoltare e del sentire

leggevo l’ennesimo articolo di un purista che difendeva il vinile dall’mp3 con le solite motivazioni della qualità, del calore, dell’emozione eccetera. roba vecchia. la sòm bruno, la sòm* (trad: “la sappiamo bruno, la sappiamo”)

allora riflettevo che in realtà pur essendo un purista in quanto fonico, in quanto tecnico, in quanto musicista (che sborone) non ho questo odio nei confronti dell’mp3. ho invece un problema diverso: ho capito di avere una partizione del mio hard disk cerebrale dove infilo la musica, e ho capito di averla riempita tutta. suppongo non sia una partizione molto grande: probabilmente quando mia madre ha usato partition magic su di me è stata un po’ scarsa, lasciando troppo spazio alla partizione “minchiate”.
il mio ipod da tempo non si gonfia più, non so quanti brani ci ho caricato ma credo di aver raggiunto il mio limite di ascolto. il mio collega ogni settimana aggiunge giga su giga, minuti su minuti. io non ci riesco.
non è questione di scaricare/comprare ma è questione di ascoltare/sentire. io di sentirmi tutta la discografia dei pink floyd solo perché ci metterei due secondi a scaricarla via torrent non mi va. ormai ho capito cosa mi piace e cosa non mi piace.

provo a far ordine nella partizione:
– red hot chili peppers perché sono il mio gruppo di riferimento per milleseicento motivi che non sto qui a spiegare;
– queen perché sono stati il primo incontro con la musica;
– cat power e sufjan stevens perché sono alternativi e fanno cool e mi rilassano;
– incubus fino a un paio di dischi fa;
– foo fighters qualcosina ma poco;
– lavori satelliti di frusciante, chad smith e flea per gli stessi motivi del punto uno e per capire da dove arriva la musica dei red hot;
– anouk quasi tutta, la morisette solo jagged, i nodoubt alcune cose;
– morricone e alcune particolari colonne sonore.

non è molto. la cosa fa schifare i musicologi: come fai a non ascoltare tizio? e caio? e i police? e gli u2? e i pearl jam? e i radiohead?
NO.
tutto ma i radiohead NO.
a casa ho dischi di diversi artisti, molti di più di quelli che ho sull’ipod. il problema è che non mi va di avere nelle orecchie o in macchina roba che non so o non riesco ad apprezzare. piuttosto sento radio24 e vainmona.

non critico chi fa le abbuffate, anzi sì: critico chi fa le abbuffate di musica.
cristo, come fai ad “ascoltare” tremila gruppi? come fai ad “ascoltare” quattromila dischi?
è impossibile, non li stai ascoltando.
li stai solo sentendo.

* il bruno era un avventore anziano del nostro bar di fiducia. dopo qualche bicchiere iniziava a raccontare una barzelletta, sempre quella, e allora si alzava un coro all’unisono che gli ricordava che sapevamo già tutti la barzelletta e che quindi poteva anche non raccontarla.
di solito la raccontava lo stesso.

ps: ho messo in grassetto alcune parti non perché le ritenessi particolarmente importanti ma perché fa tanto blogger.

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il mio vicino è un ritardato mentale

ecco, ero indeciso se scrivere oppure no questo post ma poi LUI, il protagonista del post, si è fatto vivo rispondendo al mio dubbio.

sono le undici e mezza di un lunedì mattina di fine agosto. ieri l’uragano beatrice ha rinfrescato l’aria regalandoci una mattinata frizzantina e piacevole.
NO
piacevole un cazzo.
LUI proprio ora ha deciso di accendere il suo amplificatore.

LUI abita dall’altra parte della strada, credo al piano terra della casetta gialla con la piscina autocostruita in giardino.
LUI non fa il parrucchiere. no, lui fa l’hair stylist. e oggi è lunedì quindi il suo studio (no, non è un salone da parrucchiera, è uno studio) sarà chiuso.
LUI avrà circa quarantacinque anni però si veste come un diciannovenne.
LUI ha una cinquecento di quelle nuove con marchiato sulle portiere il nome del suo studio di hair stylist.
LUI ha un cagnolino insulso di quelli tipo ciuaua ma che non è un ciuaua e la sera lo porta in giro indossando gli occhiali da sole, anche se piove.
LUI, credo, si annoia molto. oppure ha problemi con l’alcool. una spiegazione deve esserci.

il fatto è che ha deciso di risolvere la sua crisi di mezza età con la musica. da qualche mese si è comprato una chitarra elettrica e un amplificatore. poi dopo qualche settimana si è preso pure una batteria. io amo la musica. in camera ho due bassi, due chitarre, i rispettivi amplificatori, ho una batteria in cantina. insomma, diciamo che da un certo punto di vista dovrei capirlo. invece non lo capisco. perché io prima di suonare con le finestre spalancate a tutto volume (anche se è una cosa che non farei mai per rispetto del prossimo) vorrei essere sicuro di SAPER SUONARE.

immaginate un ragazzino di seconda media al quale regalano una chitarra e che, con una leggerissima punta di orgoglio, decide di non andare a prendere lezioni ma sceglie di imparare da autodidatta a suonare. benissimo, io pure ho fatto così. ora date a questo ragazzino di seconda media trecento euro da spendere in pedalini, distorsori, delay. il ragazzino comprerà quelli più colorati, li attaccherà alla chitarra e inizierà a sperimentare il significato di ogni singola manopola, di ogni rotella, di ogni tasto.
poi il ragazzino incontrerà degli amichetti e formerà la sua prima band e capirà che i pedalini non servono a niente se non sai suonare. e capirà che gli unici soldi che avrebbe dovuto spendere erano quei quindici euro per un ACCORDATORE. anni dopo si vergognerà come un cane di aver rotto le orecchie ai vicini con quei suoni sgraziati, con gli accordi scordati e con le manopole dell’amplificatore tutte a manetta.

il problema è che a uno sfigato quarantacinquenne esaltato nessuno va a spiegare che sta sbagliando tutto, che non è così che si impara a suonare, che non diventerà mai Eric Clapton, che il suo approccio con la musica è totalmente sbagliato, che sta triturando i coglioni ai vicini e soprattutto a me, che ogni volta che sento una chitarra scordata è come se mi pugnalassero un rene.

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strisce pedonali e diritti umani

abito in un luogo di villeggiatura. un luogo molto frequentato sia d'inverno che, soprattutto, d'estate. ci sono molti stranieri, soprattutto tedeschi.
fortunatamente i miei itinerari automobilistici stanno il più alla larga possibile dai luoghi affollati, dai luoghi turistici, ma qualche volta tocca passarci per il centro. spesso ci passo quando vado a portare/prendere la consorte al/dal lavoro. lei è molto più attenta di me al fluire sconnesso dei pedoni, dei turisti. mi urla di fermarmi alle strisce pedonali, mi rimprovera perché non mi fermo per far attraversare, si incazza quando mi incazzo coi tedeschi, mi dice che devo stare più attento.

veniamo subito al punto. io non devo stare PIU' attento. LORO devono stare più attenti. io sono in macchina e sono sulla strada (che è il luogo dove possono circolare le macchine) e sto attento (il giusto). loro attraversano la strada da marciapiede (che è il luogo dove possono camminare i pedoni) a marciapiede. sono loro che stanno invadendo il campo altrui. sono loro che devono stare PIU' attenti. me ne fotto se sono in vacanza.

la scena tipica è quella di padremadreduefiglitedeschi che percorrono il marciapiede, vedono le strisce e si buttano. non guardano, o guardano solo con la coda dell'occhio. non aspettano. non valutano, non usano il cervello. e questo per un solo motivo: perché sanno di avere la precedenza. sanno di avere un diritto universalmente riconosciuto: "un pedone sulle strisce è intoccabile, ha ragione, è DIO".

stocazzo.

avere un diritto non vuol dire spegnere il cervello e spremere questo privilegio fino al midollo. il diritto non associato al buon senso perde ogni significato, viene svilito, si abbassa a stupidissimo gioco da asilo infantile. quando io mi ritrovo ad essere pedone non mi permetto di ragionare come se fossi il padrone della strada: perderei sia sul piano della massa che sul piano della velocità. sulla strada io tengo quattro occhi aperti perché il diritto delle strisce non è infallibile e io attraverso solo quando è il momento giusto per farlo e non quando ne ho voglia io.

la gente si accomoda sui diritti, non solo su quello delle strisce, su tutti i diritti che la storia ci ha amorevolmente donato. si accomoda e spegne la ragione. si pretende così che la giustificazione storica di un modo di fare sia sufficiente per comportamenti del tutto privi di razionalità.
ho il diritto di voto ma non mi informo e voto col culo. ho il diritto di esprimere le mie opinioni e twitto a tutto il mondo che il mio gatto ha fatto un rutto. ho il diritto alla pausa sul lavoro e vado quindici volte a bere il caffè in una mattina. ho il diritto ad avere una famiglia e dei figli e dopo due anni scappo con una rumena.

forse dovrei traslocare in siberia.

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